Apartheid scolastica - Prima parte


Ha fatto notizia perfino sul New York Times la decisione del sindaco di Corsico, Filippo Errante, di vietare l’accesso alla mensa ai bambini i cui genitori erano in ritardo con il pagamento della retta. Il buco di bilancio del comune aveva raggiunto la ragguardevole somma di 1,2 milioni di euro e il sindaco ha deciso che l’era dei furbetti doveva finire. Così, alla riapertura della scuola, i bambini sono stati divisi fra paganti e morosi. Tuo padre ha pagato? Puoi mangiare. Non ha pagato? Tu non mangi.

Il New York Times ha battezzato questo provvedimento “apartheid scolastica” perché una volta snidati i veri furbetti della mensa, ad essere colpiti sono rimasti solo i bambini di famiglie in reale difficoltà, i figli di immigrati con regolare permesso di soggiorno ma con lavori saltuari, italiani che hanno perso il lavoro, gente che proprio non ce la fa. Mentre al governo si discute di reddito di cittadinanza e sostegno economico alle fasce più deboli, lontano dal potere centrale vengono adottate misure diametralmente opposte. La cosa più sconcertante è che chi ne fa le spese sono i bambini.

Non c’è bisogno di aver sostenuto esami di psicologia dell’età evolutiva per immaginare quanti danni si creino alla crescita di un bambino facendogli vivere l’umiliazione dell’esclusione. Il professor Alfredo Tortoreto, preside della Galileo, una delle scuole coinvolte in questa storia, ha dichiarato: “i bambini sono rimasti scioccati da quanto è successo. Fra di loro iniziano a circolare discorsi sulla colpa e sui soldi, parole che non dovrebbero riguardare l’infanzia”.

E’ vero che il provvedimento taglia-pasti è stato lineare e imparziale - applicato a tutti i morosi, che il loro debito fosse di 6.000 euro o anche solo di 13 euro – ma è anche vero che le situazioni singole sono ben diverse l’una dall’altra e che avrebbero dovuto essere valutate con maggior criterio.

Sono molti i genitori raggiunti e intervistati dalla giornalista del New York Times, Elisabetta Povoledo. Silvia Benati, ad esempio, racconta di aver avuto solo lavori saltuari negli ultimi cinque anni dopo essere stata licenziata dall’azienda in cui lavorava. Appena prima di Natale, la signora Benati ha scoperto di avere un debito di 170 euro con la pubblica amministrazione e che per questo sua figlia non avrebbe avuto accesso alla mensa al suo rientro a scuola a gennaio. “Ero terrorizzata” ha detto la signora “non volevo che mia figlia facesse una figuraccia davanti ai suoi compagni. Ma io non sono una furbetta. Se lo fossi non mi spaccherei la schiena per tirare avanti una famiglia di cinque persone. Non voglio assistenzialismo, voglio un lavoro”.

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