Apartheid scolastica - Seconda parte


(Qui trovate la prima parte)

Un’altra mamma, Anita Cimino, è costretta a occuparsi da sola dei suoi quattro figli perché il marito è dietro le sbarre. Dice la signora: “prima di rifiutare un pasto a un bambino, avrebbero dovuto far visita ad ogni famiglia per toccare con mano i nostri problemi”. Anita deve al comune oltre 2.000 euro di arretrati e sta cercando di organizzare un piano di rientro con l’amministrazione. Nel frattempo suo figlio Giovanni, studente nella scuola coinvolta dal provvedimento, è riuscito a mangiare con una certa regolarità. La ditta che si occupa della gestione della mensa ha portato sempre qualche pasto in più. “Quindi” prosegue Anita “se ci sono abbastanza pasti extra mangia. Altrimenti, sono d’accordo con la dirigente della mensa che mi avvisa e io provvedo in altro modo”.

L’altro modo è dare al bambino un cestino col pranzo da casa, come si faceva una volta. Ma, poiché al peggio non c’è fine, è sorto un nuovo problema. La ASL ha obiettato che i cibi portati da casa, non controllati e igienicamente testati, non possono essere consumati nella mensa comune. Secondo i tecnici della ASL chi si porta il cestino da casa deve mangiare in una sede diversa, il che crea aree mensa selezionate in base al reddito: da una parte i figli di chi paga, dall’altra quelli dei disperati.

Non sono mancati per fortuna gesti di solidarietà. Come accaduto alla signora Cimino, varie ditte fornitrici delle mense hanno portato di loro iniziativa dei pasti in più, purtroppo non sempre sufficienti per tutti. Le maestre hanno diviso il loro pasto con chi non l’aveva e anche molti bambini hanno seguito il loro esempio. “Il lato positivo di questa brutta storia, è che i bambini stanno imparando il valore della solidarietà” ha spiegato la maestra di una scuola elementare dove gli insegnanti si sono rifiutati di rispettare l’elenco nero degli esclusi e hanno fatto entrare tutti i bambini in mensa, chi pagava e no.

Nonostante le durissime polemiche sulla linea dura adottata dal sindaco di Corsico, pare che la sua iniziativa sia stata d’ispirazione per altri. Il sindaco di San Germano nel Vercellese, ha pensato fosse giusto escludere dai servizi comunali tutti i cittadini che non pagano le imposte. Dunque, ai morosi e loro figli, niente accesso a teatri, giardinetti, parcheggi pubblici, impianti sportivi, perfino ai parchi giochi.

Ai bimbi esclusi dalla mensa si aggiungono così quelli esclusi dal parco giochi. Mi domando come il sindaco di San Germano metterà materialmente in atto il provvedimento. Ci saranno Vigili Urbani a guardia dei giardinetti che chiederanno a genitori e bimbi la ricevuta della Tari o della Tasi e, in assenza, frapporranno il loro corpo all’accesso allo scivolo o all’altalena? Oppure il sindaco obbligherà le famiglie morose a indossare una fascia al braccio con una grande M, così da essere ben identificabili?

A tutto c’è un limite, tranne che alla stupidità umana.

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