Due mamme e due papà: sì o no?


Da settimane in Parlamento non si discute d’altro che delle unioni civili e della stepchild adoption. In Italia è il fenomeno del momento ma in molti altri Paesi del mondo è già stato affrontato e risolto – almeno in parte – da decenni. Ciò fa sì che psicologi, antropologi e psicanalisti abbiano condotto e stiano tuttora conducendo una moltitudine di studi sulle dinamiche all’interno delle famiglie omosessuali con figli e sulle implicazioni che queste possono avere nello sviluppo della loro identità. Per il momento queste ricerche hanno raccolto dati vari e contrastanti che qui vi riporto. Tanto per cominciare, qualche numero. Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, in Italia sarebbero circa centomila i figli cresciuti da genitori omosessuali, in Francia sono più del doppio, negli Stati Uniti si stima che siano tra i 6 e i 10 milioni. Molti hanno concepito i propri figli in precedenti relazioni o matrimoni eterosessuali, ma le nuove coppie omosessuali (maschili o femminili) stanno avendo sempre più figli all'interno della loro relazione: le donne ricorrendo alla fecondazione assistita, gli uomini tramite madri surrogate. È opinione diffusa che i bambini che crescono all’interno di questo nuovo tipo di famiglie, specie quelle omogenitoriali (ovvero con due papà), possano incontrare maggiori difficoltà nella definizione del proprio orientamento sessuale, essere psichicamente più vulnerabili e avere problemi di inserimento nelle relazioni sociali, soprattutto in ragione della stigmatizzazione della loro situazione familiare da parte del contesto sociale. La maggioranza delle ricerche fin qui svolte non confermano la realtà di questi rischi. La possibilità di rispondere adeguatamente ai bisogni dei figli è strettamente legata alla stabilità di una relazione di coppia e questa dipende più dalle caratteristiche di personalità dei partner, dalla qualità del loro rapporto e della loro affinità che non dall’orientamento sessuale (Norsa Zavattini 1997). A conclusioni simili sono giunti anche gli studi condotti da Vaughan (2008) e Tasker (2010) che mostrano come i figli di genitori omosessuali abbiano uno sviluppo equilibrato ed adattato e buone relazioni con coetanei e adulti in percentuale sovrapponibile a quello dei figli di eterosessuali, e non presentino un'incidenza maggiore di omosessualità o problemi legati all'identità di genere. Di diversa opinione sono Bottino e Danna (2005). Secondo le loro ricerche l’orientamento sessuale dei genitori non è completamente ininfluente. Dai dati da loro raccolti emerge che i figli di coppie dello stesso sesso si sentono meno definiti dai ruoli di genere e hanno più probabilità di prendere in considerazione la sperimentazione di relazioni uguali a quelle dei propri genitori (ovvero con partner dello stesso sesso) anche se non hanno più probabilità di identificarsi come lesbiche, gay o bisessuali di quante ne abbiano i figli di coppie eterosessuali. Soprattutto negli Stati Uniti si moltiplicano gli studi sull'impatto del genere sessuale dei genitori sullo sviluppo dei figli. Tasker (2010) sottolinea la necessità di procedere con cautela nel trarre conclusioni, poiché gli effetti potenzialmente evidenziabili possono essere contingenti anche ai diversi contesti socio-culturali. Un aspetto in particolare pare trovare concordi tutti gli autori di ricerche: molti dei problemi che le famiglie omosessuali incontrano sono effetti secondari del pregiudizio. La stigmatizzazione che i bambini con due mamme o due papà possono subire è un aspetto che influisce sicuramente sul loro sviluppo e che li può colpire sia direttamente sia indirettamente, minando l'armonia e il buon funzionamento della famiglia. Il benessere psicologico personale del genitore omosessuale – che ha impatto conseguente su quello del figlio – è comprensibilmente correlato al grado di “dichiarabilità” e di accettazione della propria identità nell'ambito della famiglia d'origine e dell'ambiente sociale e lavorativo oltre che al grado di sostegno familiare e sociale su cui può contare. A questo riguardo sembra cruciale l'affermazione di Lingiardi (2007) su come una realtà sia più facilmente riconosciuta come normale quando è “normata”. Sono molti i Paesi in cui i matrimoni tra persone dello stesso sesso e le adozioni dei figli dei rispettivi partner sono legali da tempo. Sebbene ogni nazione abbia preso in considerazione il problema in anni diversi (alcune già 15 anni or sono) c’è un elemento comune a quasi tutti: il processo è avvenuto un passo alla volta. Prima sono state approvate le unioni civili e solo in un secondo momento le adozioni, spesso a distanza di anni! Giusto per citare qualche esempio: in Belgio il via libera alla stepchild adoption è arrivato dopo tre anni da quello sulle unioni civili, in Svezia dopo otto, in Norvegia addirittura dopo 16 anni. Ci sarà un motivo per questa pausa di riflessione fra una legge e l’altra? Credo di sì. Non so dire quale sia, ma se ventidue Stati (tanti sono oggi i Paesi in cui unioni civili e stepchild adoption sono legali) hanno proceduto per gradi non vedo perché l’Italia, che come al solito arriva “esima”, s’intestardisca a fare tutto e subito. Come scrisse Cicerone (già nel 55 a.C.): ‘La storia è testimone dei tempi, luce della verità e maestra di vita’. Perché ignorarla, allora?

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