L’orrore negli occhi dei bambini: Bruxelles come Idomeni

Ciò che mi ha più colpito degli attentati di ieri a Bruxelles è l’orrore negli occhi dei bambini, il loro pianto disperato dentro la metropolitana buia e fumosa subito dopo l’esplosione, il viso spaesato della piccola in braccio a uno dei soccorritori, l’espressione di sconcerto del ragazzino con la maglietta a righe che cammina come uno zombie di fianco alla madre che si tampona una profonda ferita sul viso.

Negli occhi di quei bambini ho letto spaesamento, angoscia, terrore. Il loro mondo di certezze, che coincide con quello di adulti tranquilli e sicuri, è crollato in un attimo lasciando il posto a un luogo oscuro nel quale chiunque può essere l’orco cattivo. Negli occhi dei bambini di Bruxelles ho trovato esattamente la stessa paura e disperazione di quella dei figli dei migranti che ogni giorno arrivano in Grecia, Italia, Turchia e che vengono confinati in campi che, più che di accoglienza, definirei di concentramento.

Gli occhi dei bimbi sconvolti da fatti che non riescono a capire sono uguali in tutto il mondo. Quello del piccolo ferito dall’esplosione all’aeroporto di Bruxelles è tale e quale a quello della bimba che piange disperata fra le braccia del babbo col turbante rinchiuso in uno dei tanti centri-profughi sparsi per l’Europa. Non c’è differenza. Sono entrambi bimbi, entrambi incapaci di capire cosa sta accadendo se non che, di qualunque cosa si tratti, non dipende né da loro né dai loro genitori.

Perché, mi domando allora, le TV e i giornali dedicano spazio infinito ai bimbi occidentali ma non altrettanto a quelli dei profughi di guerra o religiosi che fuggono dall’Africa, dalla Siria, dall'Afghanistan o da qualsiasi altro paese?

In questi giorni, a chiunque accende la TV viene proposto e riproposto il pianto dei bimbi nella metropolitana di Bruxelles. Un trattamento uguale non viene però riservato ai figli dei migranti accatastati contro il filo spinato di un imprecisato confine, in equilibrio fra vita e morte a bordo di bagnarole prossime all’affondamento o in marcia da giorni senza cibo né acqua. Sono sicura che il pianto di quei bimbi è disperato tanto quanto quello dei bimbi belgi, francesi, turchi, australiani o di chiunque nell’ultimo anno sia stato preso di mira da attentati terroristici.

Il poco spazio che riserva loro la televisione li classifica come “bambini di seconda categoria”. Di loro sappiamo poco o nulla, a meno che non andiamo a documentarci personalmente su Internet. Ecco allora che salta fuori la storia di un bimbo africano appena sbarcato in Sicilia, al quale i genitori hanno fatto indossare l'abito migliore nella speranza che possa sostituire i documenti che non ha. Mamma e papà sperano che quel vestitino della festa possa essere il suo lasciapassare per una nuova vita, che aiuti a spiegare ai gendarmi che lo fermeranno che lui è una persona perbene, che è educato e che non creerà problemi. Con quel completo giacca e pantaloni il bimbo africano passerà infiniti giorni, forse mesi, nel centro di accoglienza di Catania sperando di raggiungere il resto della sua famiglia in America.

Se non andassimo a informarci su Internet non sapremmo di quel piccolo migrante, confinato nel campo per rifugiati di Idomeni (al confine fra Grecia e Macedonia), che con un pezzo di carta e un pennarello ha voluto mandare il proprio personale messaggio di cordoglio per le vittime degli attentati di Bruxelles. Sul cartello improvvisato i bambino ha scritto: “sorry for Brussel” ovvero “mi dispiace per ciò che è accaduto a Bruxelles”.

Questa discriminazione mediatica mi fa rabbrividire, specialmente se penso che non ho mai visto la foto di un bimbo americano con un cartello con scritto “ci dispiace per la bomba su Hiroshima” o di uno giapponese con scritto “scusateci per Pearl Harbour”.

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