Videogiochi: sì o no? - Prima parte


Immaginate vostro figlio proiettato nel 1975. Il quadro della famiglia media è questo:

- telefono: uno solo in casa, di quelli a disco

- televisione: una sola in casa, forse due, ma in bianco e nero con soli tre canali e senza telecomando

- computer: non pervenuto. - giochi a disposizione: bambole, pupazzi, soldatini, macchinine, pallone, trottola, corda, tamburello, gessetti, bilie, tappini, figurine, altalena, scivolo, bicicletta e così via.

Come si troverebbe vostro figlio? Cosa farebbe? Come trascorrerebbe il suo tempo?

Se la risposta è: si annoierebbe a morte o non saprebbe cosa fare, forse è giunto il momento che rivediate il suo stile di vita (e probabilmente anche il vostro).

L’attività ludica nel bambino include aspetti psicologici, educativi e sociali di fondamentale importanza, poiché stimola la formazione della personalità, l’apprendimento di regole e l’integrazione sociale. Essa consente di imparare e perfezionare abilità mentali quali l’immaginazione, la percezione sensoriale, la capacità di distinguere tra realtà e finzione, la capacità di confrontarsi e comunicare, l’assunzione di ruoli.

Oggi il gioco è sempre più spesso sinonimo di “videogioco” o di qualunque altra attività legata a uno schermo o alla tecnologia. È finito il tempo in cui un bambino aspettava con ansia che Babbo Natale gli portasse la bicicletta o Cicciobello, oggi il più grande desiderio dei bambini (già a partire da 3-4 anni) è il tablet, lo Smartphone, la Playstation, una televisione tutta sua in cameretta con l’abbonamento a Sky o l’ultima release del tal gioco virtuale.

Il problema non è la tecnologia, che è parte del normale progresso – non per nulla l’attuale generazione di piccoli viene chiamata nativo-digitale –, il problema è l’uso o, meglio, l’abuso che se ne fa. Il tempo trascorso davanti a uno schermo, con le dita su pulsanti, tastiere o joystick, è tempo sottratto a esperienze reali, interazioni sociali, gioco libero e spontaneo, al movimento, all’attività fisica, alla possibilità di esprimersi secondo modalità non programmate.

Numerosi studi condotti negli Stati Uniti dimostrano che gli adolescenti che nell'infanzia hanno sperimentato poco o nulla i giochi di gruppo e di movimento con i coetanei sono più ansiosi, depressi e meno autonomi. Ai medesimi risultati è giunta anche un’indagine condotta in Italia da Peter Pan Onlus: un bambino su tre tra gli 11 e i 13 anni soffre di ansia e sintomi neurovegetativi per l’uso di videogiochi violenti.

Cosa dovrebbero fare allora i genitori? Tanto per cominciare, dare il buon esempio. È inutile dire al proprio figlio di non stare così tanto al computer o sullo smartphone se poi si è i primi ad abusarne. Sempre col cellulare in mano a whatsappare, messaggiare, controllare la posta elettronica o fare acquisti on-line. Avete presente quella pubblicità dove la mamma per chiamare i figli a tavola gli manda un messaggino con la foto di cosa ha cucinato? Tutta finzione? Niente affatto, ormai si comunica più in modo virtuale che fisico. Gli adolescenti stanno arrivando al punto di non essere più in grado di parlare fra loro se in mezzo non c’è il filtro di un cellulare o di un social.

leggi la seconda parte

Altri Post
Noi sui social!
  • Facebook Basic Square
  • Twitter Basic Square
  • Google+ Basic Square
Archivio
Tag

© 2015 by My fairy tale - Favole Personalizzate - Arcola (SP) - Via Carpione 31 - tel. 3475524013

  • facebook-square.png
  • twitter.png
  • googleplus-square.png
  • youtube.png
  • instagram.png