Adolescenti HIKIKOMORI - Prima parte


Quando si parla di dipendenze e ci si preoccupa per i propri figli solitamente si pensa a fumo, alcol o droghe. C’è però un recente fenomeno legato alle nuove tecnologie del quale si parla poco e si sa ancora meno. Il suo nome è HIKIKOMORI, termine giapponese difficile da tradurre in una parola. Hiku significa ritirarsi in un luogo protetto. Komoru significa chiudersi, riferito a un particolare stato d’animo che può anche non avere motivazioni apparenti. In parole povere, vengono definiti Hikikomori quei ragazzi che vivono incollati al pc.

La loro è un’esistenza virtuale: chattano, giocano, ascoltano musica, si arrabbiano, si divertono, ridono, piangono, amoreggiano, si insultano, si prendono, si lasciano, si fingono qualcun altro, telefonano, viaggiano, ordinano da mangiare o fanno acquisti di altro genere, tutto attraverso uno schermo, preferibilmente nella quiete e solitudine della loro cameretta. Ci sono vari stadi di questo fenomeno nato in Giappone intorno alla metà degli anni ottanta. Inizia con qualche ora al giorno, che poi diventano cinque, otto, dodici o più; poi si inverte la notte col giorno, così da avere la massima libertà di navigazione senza essere disturbati da genitori “che non capiscono”; alla fine si arriva a una totale reclusione volontaria. Chi può permetterselo – perché ha qualcuno che lo mantiene – non esce nemmeno più di casa. Ho visto foto e video di ragazzi Hikokomori fra gli 11 e i 30 anni, sepolti in camera in un caos di calzini e magliette sporche, mobili rotti, lattine di Coca Cola accartocciate, sacchetti di Mc Donald vuoti, componenti elettronici obsoleti e chi più ne ha più ne metta.

L’unica cosa che interessa loro è che funzioni il computer e il collegamento internet. Il fenomeno è sbarcato in Europa appena una decina di anni fa. Si trattava di qualcosa di talmente insolito per la nostra mentalità che, inizialmente, molti studiosi l’avevano etichettato come una psicopatologia assimilabile alla depressione o a fobie o forme di ossessione. Un’analisi più accurata di come si sviluppa, in quali soggetti e per quali motivi, ha portato alcuni psicoterapeuti a darne una definizione diversa. Il Prof. Gustavo Pietropolli Charmet (psicoterapeuta e Direttore Clinico del progetto Teen per l’accoglienza e il sostegno di preadolescenti e adolescenti), ad esempio, ha formulato un’ipotesi che personalmente trovo molto interessante. Secondo lui, l’Hikikomori, in italiano battezzato “ritiro sociale”, non è una malattia ma la SOLUZIONE che alcuni adolescenti scelgono di adottare per risolvere un loro problema.

leggi la seconda parte

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